Tavolette a scuola, un altra os War?

Da diverso tempo sto seguendo la sperimentazione degli iPad nella mia scuola, e tengo corsi di formazione formazione proprio su questo tema.

Il tema che mi sta più a cuore di tutti non è tanto l’oggetto tecnologico in se, ma la rivoluzione didattica che l’utilizzo di tali strumenti sottende, e su questo scriverò presto un altro articolo.

Quello che vorrei approfondire qui è una questione più specifica, ma anche più urgente per chi sta progettando un’attività in questa direzione, ovvero quale prodotto sia meglio acquisire e quali software utilizzare.

Come spesso accade in altri ambiti (vedi la politica), noi italiani siamo soliti tifare per una fazione e se la cosa va benissimo con la propria squadra del cuore, quando si tifa per una tecnologia, i risultati sono spesso deleteri per tutti. Lo stesso atto di tifare implica il fatto che non si può essere oggettivi, la propria squadra del cuore la si tifa anche se non è la migliore!!

Ed è cosi’ che si ripropone la solita OS-war, la guerra tra i fans di un sistema operativo che era iniziata tra Mac e PC, poi con Linux, ora tra iOS (Apple) e Android (Google), che ovviamente è alimentata dalle rispettive case produttrici e dai mercati.

AppleVSAndroid

Come ha già fatto il carissimo Vittore, vorrei riproporre alcuni spunti di discussione e dare il mio parere su alcuni punti salienti.

iOS contro Android.

Facciamo anzitutto un po di storia: quando Apple lanciò il primo iPhone nel 2007, il sistema operativo si chiamava iPhoneOS, solo dopo il 2010, quando lanciò il primo tabletPC (iPad) ne modificò il nome in iOS e al momento attuale è installabile su tutti i prodotti: iPhone, iPad e iPad-mini.

Android è il nome dell’azienda nata nel 2003 e acquisita da Google nel 2005, che presentò il sistema (basato su Linux) al pubblico nel 2007, subito dopo il lancio del primo iPhone. Le case produtrici di telefoni erano così preoccupate dal futuro successo di Apple che si consorziarono praticamente tutte (escluso Nokia) nella OHA: Come a dire.. tutti contro Apple che non aveva mai prodotto un telefono! Da quel momento tutti i produttori adottarono la creatura di Google con un contratto che consentiva ad ognuna di prendere il codice sorgente da Google e di farne tutte le modifiche che volessero.

Ora, mentre Apple installa il proprio sistema operativo sul proprio telefono e sul proprio tablet, Android viene installato su praticamente tutti gli altri dispositivi di tutti gli altri produttori. Questo comporta un difficile ambito di paragone, sarebbe come paragonare un modello di una macchina, con il motore montato su decine di modelli diversi.

Per questo motivo oggi si può paragonare iPhone al Nexus, oppure al Galaxy S, come paragonare iPad al Galaxy Tab, ma non avrebbe senso paragonare due sistemi operativi senza tener conto dell’hardware sul quale è installato, soprattutto perchè i vari distributori che montano Android hanno un cosi’ vasto parco macchine che vanno da costosissimi modelli ultrapompati a dispositivi supereconomici da 99$.

Costi e prestazioni

Si dice spesso che Apple è più cara della concorrenza: quando si paragonano i costi è anche necessario paragonare oggetti di prestazioni equivalenti, posso paragonare due auto utilitarie, come due sportive come due Su;, dire che la macchina sportiva della Renault è più cara dell’utilitaria della Opel è un ossimoro, ma addirittura dire che un eventuale Renault che producesse solo macchine sportive è più cara della Opel, è decisamente errato.

Se si facesse un attenta e oggettiva analisi delle prestazioni si evincerebbe che paragonando dispositivi con prestazioni equivalenti, anche i prezzi sarebbero equivalenti, provare per credere.

Open source contro la chiusura di Apple.

Un altra fonte di opinioni disomogenee e disinformanti e confrontare un movimento (Open source) con un azienda.

Apple è un azienda che ha il suo obbiettivo dichiarato di fare soldi, e sempre di più. l’ open source è un meraviglioso stuolo di persone lungimiranti che ha dato vita moltissimi progetti aperti e collaborativi tra cui il famoso kernel Linux, rilasciato con una licenza meravigliosamente aperta quale la GPL.

Android è “basato” su Linux, ovvero possiede il nucleo principale dell’omonimo sistema operativo per computer e Google lo rilascia con la licenza Apache, approvata dall’ OSI, quindi può a buon diritto definirsi un software open source.

L’utente comune utilizza Android solo dopo l’acquisto di un dispositivo sul quale è preinstallato, ma la versione che utilizza non è l’originale prodotto da Google, è una versione modificata dal produttore che non viene più rilasciata sotto una licenza approvata come open source. Il risultato è che il sistema installato su tutti i dispositivi che acquistiamo in negozio non si può definire open source, tanto è che chi vuole smanettarci più di quello che il produttore ne consenta, deve procedere allo “sblocco” (jailbreak o rooting) alla stessa stregua di quello che si fa con i prodotti di Apple.

Tutt’altro discorso invece, la famigerata chiusura di apple nell’approvazione di app di terze parti. In entrambi i casi, gli sviluppatori firmano ed accettano un contratto di licenza che stabiliscono i criteri di ammissione delle app nei rispettivi negozi. Si può sicuramente dire che i criteri di Apple sono notevolmente più rigidi di quelli di Google, ad esempio la casa della mela entra anche nel merito dei contenuti, tipo nudità e volgarità, mentre i criteri di BigG sono solo in ambito di utilizzo corretto delle funzionalità.

La strategia di Apple ha l’innegabile svantaggio per l’utente, della censura unilaterale, che ha invece un vantaggio enorme in termini di protezione e stabilità del sistema. La strategia di Google da invece la possibilità a chiunque conosca il Java a di vedere la propria applicazione sullo store ufficiale, con lo svantaggio per l’utente di avere un appstore pieno di App inutili se non addirittura non funzionanti o malevole.

Legarsi le mani ad un unico produttore

Una delle sanissime regole sulla quale si basa la nostra società è la libera concorrenza, che crea merito e profitto tra i produttori e abbassamento dei prezzi per i consumatori. In un mercato di questo tipo quindi, è bene non legarsi troppo ad un unico produttore, e sicuramente Apple è una di quelle aziende che fa di tutto per tenersi ben stretta i propri utenti. Dall’altra parte Google non è da meno con il suo appstore, anche se poi ogni produttore cerca di attirare utenti al proprio brand, vedi Samsung o Amazon, con dei negozi di app alternativi a quello di Google. Essendo poi diverse le versioni compatibili con diversi tipi di telefono, ne deriva una frammentazione spesso fastidiosa specie in ambiente produttivo.

Le specifiche tecniche

Siamo abituati a classificare un oggetto dalle proprie specifiche: se devo comprare una macchina, prendo tutti i depliants e li confronto in base a criteri a me cari: Prezzi, cilindrata, consumi, oppure grandezza del baule, e quando compriamo un telefono, spesso usiamo lo stesso sistema. Anche i computer ci hanno abituato in passato (sempre meno) ad utilizzare gli stessi criteri: quanta Ram, quando disco, quanto è veloce il processore, eppure nei dispositivi ultramobili come smartphone e tablet, questo conta sempre meno.

Su un dispositivo touch, uno dei parametri importantissimi è la reattività dello schermo tattile, bastano 10 minuti di utilizzo per trovare frustrante un ritardo (lag) di decimi di secondo tra un gesto e l’altro sullo schermo. Altro parametro decisamente importante è la robustezza e la maneggiabilità, lo teniamo sempre in tasca o in una borsa, lo lasciamo su superfici più disparate e può cadere a terra più volte nella sua vita.La durata delle batterie è un fattore altrettanto determinante di scelta perchè ci può capitare di usarlo intensivamente per un lungo periodo di tempo.

Questi 3 fattori (ce ne sarebbero molti altri) sono poco inclini ad essere catalogati oggettivamente, mentre è più facile confrontare lo spazio disco con un unità di misura standard, tipo 32 BB, ne consegue che utilizzassimo i soli criteri tecnicistici per scegliere il dispositivo adatto, potremmo fare scelte sbagliate.

Posso installare photoshop?

Apple e Adobe non sono certo due aziende che vanno troppo d’accordo, ma Adobe sembra recuperare terreno avendo un App chiamata photoshop su entrambi gli store dei tablet, lo stesso si può dire per Autodesk. Per le aziende di grosso calibro non è un problema sviluppare per più piattaforme, la differenza dei due store è sostanziale invece per trovare delle app sviluppate da indipendenti (il soffio vitale dell’innovazione) dove sviluppare per la piattaforma android diventa “di fatto” più difficile e meno proficuo.

Più difficile perchè android è installato su una così grande varietà di dispositivi e una così alta varietà di dimensioni diverse dello schermo che fare un app che vada bene su tutti è praticamente impossibile: questo si traduce o in ore di sviluppo per tenere aggiornate varie versioni della propria app, oppure in malfunzionamenti su certi dispositivi.

Meno proficuo perchè in base alle statistiche di piccoli e grandi sviluppatori, il taget di persone che acquista android normalmente mal sopporta di spendere anche soli pochi euro per un app preferendo sempre e comunque app gratis oppure illegali.

Contenuti

Dopo tutte le considerazioni del mercato e della tecnologia, arriviamo finalmente a cio che facciamo con quello strumento, ovvero accedere ai contenuti. Per quello che riguarda la navigazione web, ogni dispositivo è sufficientemente adeguato per leggere le pagine, gestire posta e mappe, anche se in quest’ultimo campo Apple ha perso qualche punto 😛

Ma oltre agli utilizzi strettamente personali, utilizzando il tablet in aula le esigenze diventano molteplici: condividere un documento con più persone, scambio di foto e contatti, piattaforme di condivisione.

Sotto quest’aspetto diventa cruciale utilizzare una nuova metodologia di distribuzione dei contenuti, superando l’inerzia di chi vorrebbe a tutti i costi trovare i “file”. I servizi Cloud sono sicuramente alla base di questa trasformazione sia perchè spostano l’attenzione sul contenuto vero e proprio, sia perchè rendono accessibili i dati anche al di fuori della rete aziendale o scolastica, che risparmierebbe anche sui costi di gestione interni. Per questo motivo sono indispensabili strumenti che consentono di gestire il passaggio dal vecchio modello al nuovo modello, un esempio su tutti quello degli ebook. Se il primo passaggio è quello di convertire file di Word e Pdf in formato ebook, il secondo passaggio è quello di creare contenuti direttamente in quel formato e il passaggio ancora successivo e quello di avere a disposizione un formato che vada oltre al concetto di “libro tradizionale”.

Uno dei formati più adatti a questo scopo è quello introdotto da Apple e chiamato iBook, che permette di avere a disposizione in un unico pacchetto strutturato, distribuito e acquistabile come un App, documenti, multimedia e oggetti interattivi tipici dei siti internet o delle App stesse.

Conclusione

Le mie conclusioni personali, in base all’utilizzo, sono che al momento attuale, la piattaforma di Apple consente una maggiore stabilità tra hardware e software, un più vasto ecosistema, che comprende Apps, libri interattivi e il progetto iTunesU.

Purtroppo la concorrenza non ha ancora raggiunto tali livelli e mi auguro che presto possa avvenire, perchè la concorrenza è sempre cosa assai sana.

Learning Revolution

Sono ormai  quasi 20 anni che lavoro nella formazione, come formatore, poi come coordinatore, poi nello sviluppo di software per la didattica: ho iniziato ad insegnare quando i computer non avevano nessuna interfaccia grafica e costavano milioni di lire.

Molte cose sono cambiate, ma una cosa che non è mai scemata è il desiderio di imparare e, siccome la capacità di apprendere è direttamente proporzionale alla capacità di insegnare, è ancora oggi in me molto forte il desiderio di condividere, specie con chi è giovane ed ha quindi molte meno paure nel mettersi in gioco.

Un paio d’anni fa ho sentito il bisogno di staccare la quotidianità, per poter avere uno sguardo più ampio e poter osservare in modo più oggettivo e consapevole la struttura della società in modo da poter dare il maggior contributo possibile.

Così mi sono preso un anno sabbatico, sono stato qualche mese in diversi posti dell’Asia, e ho insegnato un semestre in una università a Roma, tornando poi al mio “vecchio” lavoro arricchito da un sacco di esperienze e ancora più motivato e perseguire i miei intenti.

Purtroppo però non avevo fatto i conti con le trasformazioni che dentro di me stavano cambiando le regole del “gioco della vita”. la citazione che meglio rappresenta questa sensazione è quelle di Albert Einstein, che disse “Una vola che la mente si è espansa per assimilare qualcosa di grande, non può più ritornare allo stato iniziale”.

Più osservo il mondo in cui sono nato, più mi pare di vedere il ripetersi ciclo della storia, dove grandi imperi, grandi culture che hanno donato cosi’ tanto all’umanità, perdono di vista gli obiettivi che l’hanno resa grande e non possono fare altro che passare il testimone al nuovo che avanza.

Fu cosi’ che la cultura Indiana, poi quella egizia, e poi la cultura greca e quella Romana dovettero lasciare posto a qualcun’altro che, più fresco e più snello potesse continuare l’opera evolutiva dell’essere umano.

Purtroppo la storia insegna che questi passaggi non sono certo indolore, nel passato si traduceva in migliaia di vite umane spezzate, in testi ricchi di saggezza bruciati, il culture completamente cancellate dalla biografia del pianeta.

La nostra cultura occidentale ha ormai da tempo raggiunto l’apice, io pongo questo apice al termine della seconda guerra mondiale, con la strutturazione delle Nazioni Unite, il primo (anche se ormai fallito) tentativo di dare un governo unico ai popoli che abitano il pianeta terra.

Oggi vedo la nostra civiltà vivere ancora di reddito di quelle vette, ma senza nessuna linea evolutiva per il futuro, vedo persone arricchirsi sempre più e vivere alienati dalla felicità, senza nemmeno intuire che cosa li rende cosi’ frustrati e depressi.

L’unica speranza è investire nel futuro, e non c’è modo migliore di farlo se non investire nell’educazione di una generazione di individui che riescano ad invertire il trend, una generazione globale, senza stati e senza interessi privati, che utilizzi la rete globale per informare e costruire un futuro nel rispetto del luogo in cui vivono, globalizzando la localizzazione e condividendo la conoscenza.

Learning-revolution

Welcome to the Learning Revolution!